La green economy in numeri

La continua crescita della green economy

Che cos’è la greeen economy?

Se si pensa all’economia degli ultimi anni, le prime immagini che ci vengono in mente sono quelle delle migliaia di aziende chiuse e attività abbandonate; ma c’è invece un settore che proprio in questi anni ha continuato a crescere, quello della green economy.
Infatti le aziende che hanno investito su innovazione, ricerca e sviluppo hanno dimostrato di aver effettuato una scelta vincente per riconquistare una posizione competitiva sul mercato.
Tutto questo si traduce nella costante crescita della green economy, ossia investimenti in tecnologie finalizzate a ridurre l’impatto ambientale dell’attività produttiva, ottimizzando il consumo energetico e contenendone l’emissione di CO2.
Oltre a professioni nuove e figure che stanno nascendo, anche i profili tradizionalmente presenti all’interno dell’azienda hanno necessità di aggiornare le proprie competenze proprio in questa direzione, mostrandosi sempre più attenti alla sostenibilità ecologica, di pari passo con l’evoluzione in questo senso dell’opinione pubblica e del comportamento dei consumatori.
Un’indagine sulle professioni del green effettuata dall’Osservatorio di JobPricing ha tracciato i profili dei professionisti del settore e verificato se un impiego nella green economy paghi di più di altri in termini di retribuzioni.
Dalla ricerca è emerso che sono circa tre milioni gli occupati nel settore green e nel 2014 il 13,2% delle assunzioni totali è avvenuto in questo ambito andando a coprire 51 mila posti di lavoro.
Tra i professionisti della green economy si fa distinzione tra le professioni ibride, quelle non direttamente finalizzate alla gestione dell’impatto ambientale di un’azienda ma che richiedono comunque competenze inerenti, e i green jobs, le professioni con la finalità di produrre o vendere prodotti e servizi ecosostenibili oppure di ottimizzare l’impatto ambientale dei processi produttivi delle realtà in cui sono impiegati.
Tra gli intervistati, l’80% è laureato, il 70% ha proseguito gli studi dopo la laurea triennale mentre il 20% detiene un master o un dottorato di ricerca.
Inoltre due terzi di chi ricopre ruoli specialistici hanno sotto i 45 anni e un lavoratore su tre ha un’età inferiore ai 35 anni.
La retribuzione varia in funzione del ruolo ricoperto e dell’inquadramento contrattuale con cui si è inseriti in azienda ma in generale queste figure percepiscono cifre sostanzialmente in linea con il mercato nazionale delle retribuzioni per quanto riguarda le alte retribuzioni. La situazione cambia quando si prendono in esame i mestieri propriamente green: qui gli stipendi sono superiori alla media del mercato del lavoro e questa differenza si deve al livello di specializzazione, alla specificità delle competenze, al tipo di professione e al tasso di difficoltà nel reperirle.
Il giro d’affari è stato stimato intorno ai 34 miliardi di euro e il 90% del mercato è legato al settore del riciclo e dell’efficientamento.
Negli ultimi 5 anni la green economy italiana è cresciuta rapidamente, con un aumento del 13% degli occupati e del numero di aziende (10%) soprattutto nel mercato dei servizi per la raccolta e il trattamento dei rifiuti; oltre 9 mila imprese in Italia svolgono un’attività di recupero dei rifiuti, principalmente micro-imprese con meno di 10 addetti. Il loro numero è aumentato di oltre il 10% negli ultimi anni.
Notevoli sono le prospettive di crescita per il settore del riciclaggio a livello nazionale ed europeo: si stima infatti che la prevenzione dei rifiuti, l’ecodesign, il riuso e misure simili possano generare un ulteriore risparmio pari a 600 miliardi di euro e ridurre le emissioni di gas serra dal 2 al 4%.
Il conseguimento dei nuovi obiettivi creerebbe circa 600 mila nuovi posti di lavoro, rendendo l’Europa più competitiva e riducendo la domanda di risorse scarse e costose.
Tra le imprese manifatturiere, gli investimenti “verdi” non sono stati effettuati solo per ridurre l’impatto ambientale ma anche per riqualificare le proprie produzioni; il risultato è che queste imprese sono diventate più competitive, in una fase molto difficile specialmente sul mercato nazionale.
Speriamo che questo nuovo settore possa davvero continuare a crescere e compensare in parte le difficoltà del mercato del lavoro.

Energia rinnovabile ed efficienza energetica: i nuovi target dell’Europa

Quali sono gli obiettivi energetici europei dei prossimi anni?

Il Parlamento Europeo ha finalmente votato un nuovo piano di linea con l’obiettivo di incrementare lo sfruttamento delle energie rinnovabili, di migliorare l’efficienza energetica e e tagliare le emissioni: ogni Stato Membro dovrà raggiungere gli obiettivi stabiliti entro il 2030.

I vincoli per il 2030 sono rappresentati da:

  • il 30% del fabbisogno energetico nazionale dovrà essere coperto dalle energie rinnovabili;
  • Bisognerà tagliare del 40% i gas serra rispetto al 1990;
  • l’efficienza energetica dovrà essere migliorata del 40%.

Questa decisione si è rivelata molto importante a livello comunitario in quanto, all’interno dei confini europei, evita che ogni Stato membro decida in autonomia: infatti con la vecchia proposta il rischio era che ogni nazione, potendo decidere i propri limiti, questi ultimi sarebbero poi risultati troppo bassi per essere considerati rilevanti.

Questa decisione dovrebbe portare anche ottimi effetti sull’economia perché verranno favorite le imprese a basse emissioni, portando alla creazione di 570 mila nuovi posti di lavoro. Inoltre gli Stati europei risparmierebbero circa 500 miliardi di euro per le mancate importazioni dei combustibili fossili.

Occorre sostenere la green economy ed in particolare destinare risorse a livello comunitario volte allo sviluppo delle fonti rinnovabili, dell’ecoinnovazione e della mobilità sostenibile.
La consapevolezza dell’importanza di soluzioni green unita alla necissità di porre rimedio ai cambiamenti climatici, sta spingendo a pensare sempre di più ad un futuro in cui le rinnovabili saranno protagoniste.
In tale percorso l’Italia, con l’eolico, ha già dato prova di avere una marcia in più e di aver raggiunto maturità, sia dal punto di vista tecnologico che di know-how, tanto da essere riuscita a raggiungere la grid parity (è il punto in cui l’energia elettrica prodotta partendo da fonti di energia alternative, ha lo stesso prezzo dell’energia tradizionale prodotta tramite fonti di energia tradizionali).

Inoltre, quasi il 20% delle start up italiane sono attive nel campo dell’energia verde: la concentrazione maggiore si registra nelle Regioni del Nord, attorno ai grandi incubatori e poli universitari. Però, in favore del meridione giocano le condizioni climatiche favorevoli: così tra le province più innovative vi sono Trento e Torino ma anche Salerno.

Tra i problemi di queste aziende vi è sicuramente quello dimensionale: secondo gli esperti, infatti, quasi nessuna delle start up analizzate ha ancora effettuato quel salto dimensionale richiesto per emergere non solo in Italia ma anche sui mercati internazionali.
In ogni caso però, in Italia, l’energia rinnovabile ci ha fatto risparmiare un miliardo di euro: infatti, il 30% della produzione italiana viene da fonti verdi ma dall’altra parte il nostro Paese paga come al solito i costi della rigidità burocratica e fiscale, responsabile del 60% del divario con la Germania.

I vincoli fissati dal Parlamento europeo per il 2030 dovrebbero riuscire a colmare questi gap tra i differenti stati membri con lo scopo di ridurre da un lato l’inquinamento atmosferico e dell’altro la dipendenza dei Paesi europei dai combustibili fossili stranieri.

Infine, punto chiave di queste decisioni è proprio quello di migliorare il coordinamento delle politiche nazionali dell’energia ed esprimersi all’unisono su questa tematica.